Tutta questa paura del velo

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Sumaya Abdel Qader abita a Milano, è laureata alla Bicocca, è femminista, ha tre figli e – cosa che noi riteniamo molto importante – adora i Queen.
Ah sì, è musulmana e porta il velo, ma per noi non è la cosa più importante, non è che se dobbiamo parlare di Sumaya la prima cosa che ci viene in mente è “quella col velo”, piuttosto ci verrebbe da dire “è una tipa tosta, si occupa di immigrazione e di multiculturalità, combatte contro le spose bambine, dovresti proprio conoscerla”.
Per alcuni, purtroppo, Sumaya è prima di tutto “quella che porta il velo” e a partire da questo, senza farsi alcuna domanda, fanno delle pericolose correlazioni dettate da stereotipi: porta il velo, dunque è sottomessa, dunque la sua è una cultura retrograda.
Se ve lo state chiedendo, no, non ci siamo inventati nulla:
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E dove abbiamo trovato questo illuminante commento?
Sotto un post del giornalista Toni Capuozzo al quale il fatto che Sumaya sia stata candidata come Presidente della Commissione Cultura proprio non va giù.
Ma soprattutto non gli va giù che Sumaya porti il velo.
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Che importa se – citiamo testualmente dal suo stesso post – è una “scelta libera e rispettabile“, se Sumaya “ha sempre smentito ogni legame con i Fratelli Musulmani“, se “presiede un’associazione di donne islamiche“, se è ” impegnata contro la discriminazione di genere“, no, questo non basta al nostro.
Non importa – e questo lo aggiungiamo noi – se pochi giorni fa, alla notizia che l’Arabia Saudita avrebbe permesso alle donne di guidare, sia stata l’unica nel panorama a sottolineare quali altre riforme sarebbero necessarie, tra cui togliere l’obbligo di niqab e velo.

Non importa se è contro i matrimoni imposti e spose bambine, è contro l’infibulazione, lotta per l’autodeterminazione delle donne ed è sostenitrice della laicità dello stato.

No, perché portare il velo – come scelta libera personale – non va bene.
Perché tra i valori della “cultura europea” ci sono quelli dei “diritti della donna“.
A parte il vago sentore di minchiarimento, il post si contraddice da solo in diversi punti, ma rende evidente che le etichette date alle persone sono spesso incredibilmente fallaci.
Alla voce “femminista” e “progressista” di Toni Capuozzo, non c’è una donna musulmana col velo.
E invece, pensa un po’ Sumaya è proprio questo: una femminista progressista.
Che porta il velo.

Ah Toni, Aisha è stato scelto perché significa “colei che è viva e vive“, sappilo.

Come di tradizione, se volete sostenere con una donazione il progetto di Sumaya ed altri progetti simili che si occupano di supportare le donne della comunità musulmana, eccovi due associazioni a cui donare:

Progetto Aisha si occupa di valorizzare la figura femminile, favorendo la sua libertà di scelta, la sua indipendenza sociale ed economica e contribuendo al più ampio impegno per la tutela delle donne a prescindere dalla nazionalità o dall’appartenenza religiosa. Se volete fare una donazione, trovate tutte le info nella pagina Contatti.

L’associazione Life è un’associazione culturale e di volontariato fondata nel 2000 a Ravenna da un gruppo di donne musulmane di varia nazionalità, che si occupa di:

  • tutela dei diritti umani
  • mediazione interculturale
  • dialogo interreligioso e interculturale
  • culture di genere

Sul sito non c’è la possibilità di fare donazioni dirette, ma potete contattarla all’indirizzo info[at]lifeonlus[dot]org e scoprire come sostenerli.

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